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Dario in galleria
all'inaugurazione della mostra
Dario Ballantini
Oltre lo sguardo


Milano ha dedicato una grande mostra all’artista toscano che tutti conosciamo come straordinario trasformista della tv della sera. Con altrettanta naturalezza, quando Dario si strucca sceglie la pittura per esprimersi: “La pittura ha sempre rappresentato un momento di verifica nella mia vita: su chi sono, su dove sono, per questo forse mi interessa tanto la figura umana.”
I primi incontri sono fra le mura di casa, con il padre neorealista e gli zii post-macchiaioli. Nel 1984 si diploma al liceo artistico di Livorno, espone un primo ritratto di Pier Paolo Pasolini in chiave neorealista, quindi si orienta all’espressionismo, approda al cubismo e, di recente, elabora uno stile più libero con tracce d’avanguardia.
Ballantini stende acrilici e pastelli su grandi tavole, scompone, ricompone, avviluppa linee, forme e colori. La figura umana risulta destrutturata, con qualche elemento isolato che fluttua nella composizione: un occhio, una mano, un piede, un orecchio, una bocca.
Ballantini interpreta i nostri tempi: un mondo febbrile ad alta velocità dove l’angoscia si fa metropolitana e investe la città tritatutto. Dario ne deforma i simboli più amati e odiati: ciminiere, corsie autostradali, case, involucri senz’anima che sopravvivono al mutare della vita. È la città del disincanto, frenetica, allucinata, ipertecnologica su cui incombe un occhio spettrale. Ognuno, se vorrà, potrà trovarvi una via di fuga: nel fiore, nel fumo che sembra un raggio di sole, nella ciminiera da cui escono le note di un sax, ma sarà sempre solo una faccia della medaglia.

Il Catalogo della mostra è introdotto da un testo critico di Luciano Caprile, con una testimonianza di Giancarlo Vigorelli.






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